Il Duomo di Vercelli



Il Crocifisso

Il crocifisso conservato nel Duomo di Vercelli, in lamina d'argento modellata, lavorata a sbalzo sullo sfondo e in alcuni punti dorata, è il più grande fra i quattro crocifissi simili di epoca ottoniana che si conservano, oltre che a Vercelli, nel Duomo di Casale, nel Duomo di Milano e nella chiesa di S. Michele Maggiore di Pavia.

I bracci della croce misurano m.3,27 in altezza e m.2,36 in larghezza. La lamina d'argento della croce risulta tagliata sul braccio trasversale, ma ciò non porta modifiche di rilievo all'opera, mentre l'intervento al colmo dell'asse verticale spezza la scena dell'Ascensione raffigurata.

Di questa rimangono le figure degli angeli che innalzano Gesù racchiuso in una mandorla, ma la figura del Cristo è visibile solo per metà. Il taglio potrebbe attribuirsi ad una manomissione dell'opera o ad una precisa volontà di riproporre esattamente il testo biblico (At 1,9), secondo il quale Gesù si elevò in alto finché una nube lo tolse agli sguardi degli apostoli, modello che compare anche in miniature dell'Ascensione e della Assunzione della B.V. del secolo XII.

Gesù Cristo sulla croce ha l'aspetto regale del vincitore della morte. Sul capo la corona con pietre preziose sormontata da una piccola croce, il viso dall'espressione severa e nel contempo misericordiosa, con gli occhi, in smalto, aperti sull'umanità, la testa, lavorata a finissimi tratti nei capelli e nella barba, leggermente reclinata, ma verticale in origine, per sottolineare non il momento della sofferenza e della morte, ma quello della Risurrezione.

Le gambe scendono parallele ad appoggiare i piedi su un suppedaneo e le braccia sono distese sul braccio trasversale della croce, quasi ad unire la figura della Madonna, presso la mano destra, a quella di Giovanni, vicina alla mano sinistra.

Sotto corrono le scritte MULIER ECCE FILIUS e AD DISCIPULUM AUTEM ECCE MATER TUA (Gv 19,26-27) che spiccano sulla doratura dello sfondo della croce. Quattro pietre preziose brillano al posto dei chiodi.

Al di sopra del capo la raffigurazione del Sole e della Luna, segno di onore per il personaggio raffigurato come nella consuetudine classica e simboli dell'immortalità il sole e della crescita la luna. Poi la scena, solo parzialmente visibile, dell'Ascensione.

Sulla faccia inferiore del suppedaneo la raffigurazione della Discesa al Limbo di Gesù che ne trae Adamo ed Eva, episodio derivato dalla narrazione del Vangelo apocrifo di Nicodemo.

Sotto un donatore presentato da un angelo ad un santo vescovo. In questa scena vi sono gli elementi per la datazione del crocifisso. Il santo è S. Eusebio, protovescovo di Vercelli. Il donatore è probabilmente il vescovo Leone, anche se raffigurato senza mitra, durante il cui episcopato fu realizzato il Crocifisso.

Altri fattori concorrono a confermare questa datazione. Innanzitutto l'esame della lamina d'argento e l'analogia con gli altri tre crocifissi databili attorno all'anno 1000 quello di Casale, fra il 963 e il 965 quello di Pavia e fra il 975 e il 1045 quello di Milano.

Inoltre sappiamo che l'antica cattedrale di Vercelli custodiva un crocifisso ligneo, distrutto nel 997 dall'incendio e dal crollo parziale dei muri della nave centrale per opera di Arduino d'Ivrea.

Proprio il vescovo Leone (999-1026), dopo la ricostruzione, dovette provvederne uno nuovo, che fece appendere alla trave dell'arco trionfale, dove lo vide S.Carlo Borromeo nel 1584 e dove ancora si trovava nel 1661 quando fu descritto da mons. Gerolamo della Rovere in visita pastorale.

Da qui fu trasferito prima sulla parete della navata sinistra dove oggi si apre la cappella dedicata a S. Eusebio e quindi sull'altare della navata destra, dopo la cappella dedicata al beato Amedeo IX di Savoia.

Dopo lo scempio compiuto il 12 ottobre 1983 è stato restaurato a cura della Soprintendenza ai Beni Storici e Artistici del Piemonte, avvalendosi del calco conservato al Museo Leone di Vercelli, eseguito nel 1939, e riportato al primitivo splendore con pulitura e disossidazione del metallo, oltre al rimodellamento delle parti del corpo lacerate e frantumate.

In occasione del restauro è stato rinvenuto all'interno del corpo del Cristo un supporto di riempimento, coevo all'opera, di cui facevano parte anche numerosi frammenti tessili con i quali è stato possibile ricomporre parzialmente un parato d'altare.

Inoltre è stata messa in luce la decorazione sul verso della croce lignea, non visibile prima perché appoggiato alla parete. Su questa superficie si vedono dipinti in monocromia i simboli della passione di tarda bottega giovenoniana, databili fra il 1571 e il 1584.

Il Crocifisso è oggetto di particolare venerazione da parte dei vercellesi, non solo della città, ma dell'intera diocesi.

Il rito dello scoprimento, che ha luogo il mattino di Pasqua, richiama in Duomo molti fedeli. Tale rito, descritto dall'Usus secundum consuetudinem ecclesiae vercellensis per anni circulum del 1372, conservato presso la Biblioteca Capitolare del Duomo di Vercelli, è plurisecolare e veniva compiuto - come lo è tuttora - all'alba del giorno di Pasqua e non il venerdì santo come previsto dalla Liturgia.

Questo perché il Crocifisso del Duomo rappresenta la sintesi del mistero pasquale: passione, morte, risurrezione e ascensione.

"Regnavit a ligno Deus" proclama la Liturgia. Infatti Gesù Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo, regna dalla croce, trono regale di Colui che ha vinto il peccato e la morte.

Anticamente il velo che copriva il Crocifisso era calato dall'alto al basso (e non fatto scorrere da destra a sinistra come avviene oggi) a significare il trionfo di Cristo, che il terzo giorno esce dal sepolcro in cui era stato deposto.

A questa funzione, secondo l'Usus, seguivano l'aspersione, l'incensazione e quindi il canto dell'antifona Christus resurgens, che dava inizio ai riti del mattino della Pasqua di Risurrezione.


Bibliografia essenziale:

Il Crocifisso ritorna in Duomo, in "Bollettino Parrocchiale della Cattedrale di Vercelli", anno XLII, luglio 1995.

Bona Castellotti M., Ora rifulge la gran croce decapitata, in "Il Sole-24 ore", n.133, 1995.

Ferraris G., La Pieve di S. Maria di Biandrate, Vercelli, 1994.

Viale V., Opere d'arte preromanica e romanica del duomo di Vercelli, Vercelli, 1967.